Teleprompter in tilt all’ONU: Trump costretto a pensare da solo
Teleprompter si blocca all’ONU, Trump costretto a usare il cervello: evacuata l’aula per motivi di sicurezza. Diplomatici sotto shock: “È come guardare un pesce imparare ad andare in bicicletta”
“Non succedeva dai tempi del discorso libero di un parcheggiatore romano nel 1983”
New York 23 settembre 2025 – La solennità del Palazzo di Vetro è stata infranta da un avvenimento tanto imprevisto quanto epocale: il teleprompter destinato a guidare l’intervento di Donald Trump all’Assemblea delle Nazioni Unite ha deciso, per motivi ancora ignoti, di scioperare. Lo schermo si è spento sul più bello, lasciando l’ex presidente degli Stati Uniti con un microfono acceso, una platea di delegati internazionali e, dettaglio non trascurabile, nessuna scritta da leggere.
Nell’istante del blackout tecnologico si è percepito un silenzio assordante. Alcuni raccontano di aver visto ambasciatori svedesi armeggiare con i pacchetti di zuccheri per valutare matematicamente quale percentuale di possibilità esistessero che da quel momento in avanti Trump potesse inventare un discorso.
La scena è stata paragonata da molti osservatori a un concerto rock in cui la chitarra elettrica smette di funzionare e il chitarrista decide di suonare… una scopa. Trump, lasciato privo delle sue frasi guidate, ha iniziato a pronunciare dichiarazioni improvvisate, passando dal problema della sicurezza globale a ricordi personali della sua collezione di cappellini rossi.
“La faccia dei delegati era identica a quella di un pubblico quando il mago estrae un piccione morto dal cilindro” riferisce con sconcerto il professor Walter Prugnod, docente di Comunicazione Catastrofica all’Università di Boston.
L’episodio ha sollevato un interrogativo più grande: quanto la politica internazionale dipende ormai da uno schermo retroilluminato? “È stato un momento storico” ha dichiarato l’analista Albina Screzi, esperta di Teorie del Caos Applicate alle Nazioni Unite. “Per la prima volta abbiamo assistito alla nudità retorica: un leader mondiale costretto a parlare senza copione, come i comuni mortali alla cena di Natale quando il parentado chiede ‘E il lavoro come va?’”.
Invece di retorica istituzionale, l’aula ha ascoltato riflessioni sul golf, ipotesi su un’alleanza strategica con il Kentucky Fried Chicken e un vago riferimento a come il vento rovini le acconciature. La traduzione simultanea, messa a dura prova, ha prodotto gemme linguistiche come “strategia fritta” e “capelli geopolitici”.
Il sociologo Kurt von Patatrack sostiene che l’evento rappresenti “il punto di non ritorno nella diplomazia mondiale: invece di teleprompter, i leader riceveranno presto supporto da applicazioni di intelligenza artificiale che genereranno frasi rassicuranti e statisticamente indistinguibili da quelle reali”.
Altri studiosi avanzano scenari distopici: “Presto i delegati si limiteranno a premere pulsanti, e i discorsi verranno sostituiti da playlist di Spotify a tema geopolitico” ipotizza la commentatrice Federica Nonsisà.
In fondo, questa piccola crisi tecnologica ha fornito un insegnamento universale: dietro ogni grande discorso ci sono fili, microchip e qualche tecnico che spera ardentemente di non finire su YouTube. Senza l’aiuto della tecnologia, anche i potenti possono sembrare turisti spaesati che leggono l’orario dei treni nella stazione Termini.
Eppure, c’è chi intravede un lato positivo. “Abbiamo finalmente ascoltato parole autentiche, seppur scollegate come le puntate di una vecchia soap opera brasiliana” commenta il giornalista Leo Fregàni.
Dopo 15 minuti di improvvisazioni alternate a gesti verso il soffitto (“credeva di controllare Siri a distanza,” giura un interprete), i tecnici sono riusciti a riavviare lo schermo. L’aula ha tirato un sospiro di sollievo: le parole tornavano a scorrere, e il mondo a oscillare tra rassicurazioni fotocopiate e retorica riciclata.
Al riavvio il teleprompter è stato collegato alla presa sbagliata: quella che alimentava il gigantesco lampadario dell’Assemblea. Per alcuni minuti, il pubblico ha assistito a un surreale spettacolo di luci intermittenti sincronizzate alle pause di Trump.
Alla fine, l’applauso è arrivato comunque. Non si è capito se fosse dedicato al presidente, al lampadario o al coraggio universale che serve per improvvisare davanti a 193 Paesi.
Come ha sintetizzato il critico politico Ernesto Zanghillo: “Il teleprompter può spegnersi, le frasi possono perdersi, ma lo spettacolo deve continuare. E ieri, tra un imbarazzo e un riflesso di lampadine, abbiamo scoperto che la diplomazia mondiale non è altro che un gigantesco karaoke: tutti leggono le parole su uno schermo, sperando che la musica non si fermi”.
Nota: Questo articolo è un'opera di satira e parodia, concepita esclusivamente a scopo umoristico e di intrattenimento. I contenuti esposti non riflettono in alcun modo reali sviluppi politici, decisioni governative o dichiarazioni ufficiali. Ogni somiglianza con persone esistenti, situazioni reali o eventi effettivamente accaduti è da considerarsi puramente fortuita e non intenzionale. L'autore declina qualsiasi volontà di offendere o diffamare individui, istituzioni o gruppi politici. Si invita il pubblico ad accogliere il presente articolo con lo spirito critico e il senso dell'umorismo che contraddistinguono la migliore tradizione satirica.

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