Bonus Smartworking 2.0
dal 2025 ogni caffè bevuto in smartworking sarà rimborsato, ma solo se accompagnato da un certificato del gatto di casa
Il nuovo decreto impone ai lavoratori di documentare ogni costo domestico con foto, video e attestati firmati da testimoni animali. Il ministero: “Vogliamo trasparenza, anche se il gatto ha graffiato la scrivania”.
Roma, 08 dicembre 2025 – Mentre il mondo dibatte su come bilanciare produttività e vita privata, l’Italia ha scelto di risolvere la questione con un’idea che solo un genio (o un funzionario dopo il terzo caffè) poteva concepire: il “Bonus Smartworking 2.0”. Il provvedimento, approvato ieri dal Consiglio dei Ministri, obbliga le aziende a rimborsare ogni centesimo speso dai dipendenti per il lavoro da remoto. Ma attenzione: per evitare abusi, ogni richiesta dovrà essere corredata da prove fotografiche, video in tempo reale e, novità assoluta, un’autocertificazione firmata… dal gatto di casa.
L’articolo 7 del decreto, ribattezzato “clausola del felino”, richiede infatti che ogni animale domestico presente durante lo smartworking attesti, tramite impronta zampale virtuale, l’effettivo utilizzo di risorse come elettricità, Wi-Fi e snack da scrivania. “Se il vostro gatto ha divorato la carta della stampante durante una call importante, deve dichiararlo”, ha spiegato ironicamente il ministro per la Pubblica Amministrazione, mentre un assistente cercava di far firmare un tablet a un persiano annoiato.
La burocrazia si evolve (e diventa virale): Il sistema di rimborso, gestito da un’app chiamata “SmartC@t”, richiede ai lavoratori di caricare foto del caffè consumato durante le riunioni, video della bolletta elettrica con timer sovrapposto e, per i pasti da lavoro, uno scontrino firmato dal partner. “Abbiamo ispirato l’algoritmo al sistema del bollo auto”, ha dichiarato il professor Gualtiero Burocra, esperto di “digitalizzazione domestica” alla Bocconi di Milano. “Se un dipendente chiede il rimborso per 10 kWh usati per una call Zoom, dobbiamo sapere se li ha consumati per lavorare o per guardare video di gattini su YouTube”.
Critiche? Certo. “Ho dovuto installare una telecamera nella ciotola del mio cane per dimostrare che non ruba i biscotti aziendali”, racconta Marco R., impiegato milanese. Ma non tutti sono pessimisti: “Finalmente potrò detrarre le bollette del riscaldamento”, scherza Giulia T., che però ammette: “Il mio gatto ha già rifiutato tre volte di firmare la richiesta perché ‘non sono d’accordo sul design dell’interfaccia’”.
L’app “SmartC@t” è diventata virale su TikTok: migliaia di utenti postano video di animali domestici che “firmano” documenti con zampe, becchi o pinne. Il ministero ha prontamente annunciato un update: dal prossimo mese, anche i pappagalli dovranno ripetere a voce i codici di accesso, mentre i pesci rossi potranno delegare il compito a un “amministratore fiduciario”. Intanto, un gruppo di startupper ha lanciato “PetNotary”, un servizio che certifica le impronte digitali (o zampali) con blockchain: “Costa più del rimborso stesso, ma almeno mio gatto si sente importante”, confessa un utente.
In un Paese dove il 68% dei lavoratori definisce “estenuante” il solo pensiero di compilare un modulo, il decreto rischia di trasformare lo smartworking in una caccia al tesoro burocratica. Ma come diceva un antico proverbio romano, rivisitato da un esperto del CNR: “Chi ben comincia è a metà dell’opera… ma deve prima superare il controllo del gatto”.
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Nota: Questo articolo è un'opera di satira e parodia, concepita esclusivamente a scopo umoristico e di intrattenimento. I contenuti esposti non riflettono in alcun modo reali sviluppi politici, decisioni governative o dichiarazioni ufficiali. Ogni somiglianza con persone esistenti, situazioni reali o eventi effettivamente accaduti è da considerarsi puramente fortuita e non intenzionale. L'autore declina qualsiasi volontà di offendere o diffamare individui, istituzioni o gruppi politici. Si invita il pubblico ad accogliere il presente articolo con lo spirito critico e il senso dell'umorismo che contraddistinguono la migliore tradizione satirica.

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